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Citroën Mehari, come nacque 50 anni fa il cammello di plastica

La Citroën Méhari nasce dall’intuizione di un giovane industriale che creò un telaio in ABS (Acrilonitrile Butadiene Stirene), un materiale plastico rigido in grado di assorbire gli urti senza rompersi, facilmente plasmabile, resistente e che poteva essere colorato con tinte lucide e brillanti.

Quell’uomo era Roland Paulze d'Ivoy de la Poype. Classe 1920, a soli diciannove anni si arruolò in aeronautica, conseguendo il brevetto di volo in tre mesi. In poco tempo si affermò come uno dei migliori piloti da caccia francesi. Nell’agosto del 1942 De la Poype conquistò la sua prima vittoria e dopo essersi trasferito in Russia, collezionò 16 abbattimenti certificati, divenendo, all’inizio del ’45, il capitano della 1° squadriglia caccia del gruppo Normadie-Niémen. Lasciò l’aeronautica nel 1947 con una lunga serie di decorazioni al valore. Tornato in Francia, dopo pochi mesi, investì il capitale di famiglia in una fabbrica che iniziò a produrre plastica, il nuovo materiale che stava rivoluzionando il mondo. L’azienda si chiamava Société d'études et d'applications des brevets (SEAB).
A partire dalla metà dell’800, quando in Svizzera fu ideato il rayon, le materie artificiali iniziarono a conquistare sempre più spazio, divenendo la base per la progettazione di oggetti nuovi, la cui forma poteva essere plasmata a piacimento. Nel ‘900 vi fu un boom dei nuovi materiali, a partire dalla bachelite che, per le sue proprietà isolanti, rimpiazzò ceramica e legno nella costruzione di componenti elettrici, abbattendone i costi. Per migliorare il polistirolo, nel secondo dopoguerra fu messa a punto una nuova molecola, l’ABS, cioè l’Acrilonitrile Butadiene Stirene, che univa la rigidità del polistirolo alla capacità di assorbire urti anche forti senza rompersi. L’ABS, essendo facilmente plasmabile grazie alla sua bassa temperatura di fusione, era stata già adottata da Citroën per la costruzione, tra l’altro, dei tetti delle ID e delle DS, al posto della più fragile vetroresina. Inoltre, poteva essere facilmente colorato, con un aspetto lucido e brillante come quello dei mattoncini LEGO®.
La SEAB produceva per Citroën pannelli e cruscotti. Un giorno, uno dei suoi furgoni Citroën uscì di strada. Il conducente ne uscì un po’ ammaccato ma integro, mentre il veicolo fu seriamente danneggiato. De la Poype fece staccare la scocca dal telaio per montarvi una carrozzeria nuova, quando ebbe l’intuizione di costruirne una di plastica.
Nacque così la prima Méhari che De la Poype presentò a Pierre Bercot, presidente di Citroën, che approvò il progetto e acquistò i diritti del brevetto. Le prime venti vetture (più qualcun’altra) vennero prodotte dalla SEAB e furono otto di queste ad essere le protagoniste della presentazione alla stampa avvenuta il 16 maggio 1968.
La Méhari era quindi il frutto dell’intuizione di montare, su un telaio Citroën, dei tubi di sostegno leggeri e la carrozzeria fatta di pannelli facilmente sostituibili, colorati durante la fusione con tinte brillanti e resistenti, difficili da rompere e semplici da riparare. Che si tradusse in un’auto buona sia per andare in spiaggia, ma anche per la città grazie a una copertura di tela che la faceva sembrare una tenda da campeggio con le ruote. Grazie all’ABS, la lumaca di latta, come veniva chiamata la 2CV, era diventata un cammello di plastica. Il nome Méhari, infatti, deriva da quello di una razza di cammelli da corsa e da combattimento robusti e resistenti.
Uno dei vantaggi dell’ABS era la possibilità di colorare i pellet di plastica neutra aggiungendo il pigmento al momento della fusione. Questa tecnica consentiva di ottenere una colorazione uniforme, resistente ai graffi ed ai piccoli urti tipici della vita in città, oltre alla possibilità di ottenere una qualità costante nella tinta dei pezzi, senza colature o imperfezioni. Roland De la Poype lavorò molto su questo aspetto e le prime venti Méhari di pre-serie realizzate dalla SEAB avevano anche tinte metallizzate. Per la produzione di serie, invece, Citroën decise di adottare un numero limitato di tinte che cambiarono poco durante i quasi vent’anni di produzione. Tutti i nomi dei colori della Mehari fanno riferimento ai grandi deserti del pianeta: Rouge Hopi, Vert Tibesti, Vert Montana, Orange Kirghiz, Beige Kalahari, Beige Hoggar, Jaune Atacama. Deserti che le piccole Méhari affrontarono molte volte, sia individualmente sia nei grandi raid di massa.
De la Poype, che aveva pensato alla Méhari come una vettura adatta agli utilizzi più svariati, dal tempo libero al trasporto commerciale o come mezzo di lavoroo, aveva imposto un solo vincolo al designer Jean-Louis Barrault: le misure avrebbero dovuto essere quelle della piattaforma AK, su cui era stato sviluppato il piccolo veicolo commerciale Citroën.