Written by Walter Marcelli on .

CityRover, storia del fallimento di un’auto e di un marchio

CityRover, ovvero la minicar che avrebbe dovuto rilanciare il marchio MG Rover e che, nelle intenzioni del gruppo rimaste tali, avrebbe dovuto prendere il posto della Mini e della Metro: la prima un’icona dell’automobilismo mondiale, la seconda un grande successo commerciale. E che, invece, si rivelò uno dei più grandi flop commerciali della storia dell'auto e contribuì a dare il colpo di grazia all'azienda britannica. Una serie di errori strategici piuttosto che legati alla qualità del prodotto affossò il progetto e l'azienda.

Il nome, CityRover, era stata una trovata intelligente, così come il badge cromato ed elegante che campeggiava per tutta la lunghezza del portellone posteriore. Solo due dei pochi lati positivi che si possono trovare in questo racconto degli ultimi sussulti della MG Rover.

L’aver acquisito i diritti di utilizzare questa minicar dal design italiano avrebbe potuto essere una buona idea per un’azienda che doveva lottare per sopravvivere. Una nuova minicar, sebbene si trattasse di un modello già esistente, si sarebbe potuta vendere discretamente, portando profitti all’azienda. La CityRover era costruita a Pune, in India, nella fabbrica della Tata Motors. E nonostante le spese di trasporto, il suo costo di produzione era ancora così basso che avrebbe garantito un buon margine.

La CityRover era una versione leggermente modificata della Tata Indica, la prima vettura non commerciale del colosso indiano. La Indica era stata disegnata dalla italiana IDEA che aveva già realizzato le Fiat Tipo e Tempra, l’Alfa Romeo 155 e la Lancia Delta, oltre alla Nissan Terrano e la Ford Maverick.

L’Indica era stata progettata per essere molto affidabile ed era equipaggiata con un motore Peugeot 1.4; gli interni erano spaziosi per ospitare un numero imprecisato di passeggeri; una caratteristica, questa, molto apprezzata in India. Presentata nel 1998 riscosse subito un buon successo di vendite, fino a quando i clienti non iniziarono a fare i conti con i suoi difetti. Azioni di richiamo e ulteriori revisioni portarono ad un nuovo modello, la Indica V2 che, di fatto, divenne la base della CityRover.

Quando gli ingegneri della MG Rover sottoposero l’auto ad un’approfondita valutazione, la lista delle loro osservazioni e delle migliorie che avrebbero dovuto essere apportate era lunghissima. I loro suggerimenti, però, caddero nel vuoto. Furono apportate soltanto alcune piccole modifiche alle sospensioni, alla scatola guida e furono adottati cerchi più grandi, oltre a nuovi paraurti anteriori e posteriori. Il motore fu adattato alle più severe normative europee sulle emissioni ed i supporti rivisti per ridurre le vibrazioni e la rumorosità nell’abitacolo.

Quattro gli allestimenti dell’auto al momento della sua commercializzazione con il badge Rover. Il prezzo, ovviamente, era relativamente basso. L’auto aveva già 5 anni e, quindi, un design non più attuale oltre che anonimo. Inoltre, non era stata apportata alcuna modifica significativa agli interni, già spartani, più adatti ad un veicolo commerciale. Il costo unitario di produzione della CityRover sarebbe oscillato dalle 900 alle 2000 sterline. Qualunque fosse stato, comunque, il costo per MG Rover era ancora ragionevolmente basso per ottenere un discreto profitto e tornare in un segmento di mercato che aveva abbandonato dopo l’uscita di scena della Metro.

Il management di Longbridge sembrava, però, aver perso il contatto con la realtà. Solo così si spiega la decisione di produrre l’invendibile MG SV, la MG ZT V8 o di tentare per due anni un’improponibile quanto economicamente disastrosa avventura a Le Mans.

Così, la momento del suo lancio nel 2003, la CityRover base (la Solo) fu commercializzata al prezzo di 6.495 sterline (almeno mille sterline in più di quanto avrebbe dovuto costare); fino ad arrivare alla top di gamma, la Style, in vendita a 8.895 sterline, un prezzo improponibile, pari a quello Volkswagen Polo.

Ma la corsa verso l’auto-distruzione del marchio non si fermò qui. La MG Rover lanciò l’auto quasi… di nascosto: pochissima pubblicità, non una vera presentazione per la stampa e, per finire, il rifiuto di un test dell’auto a Top Gear. Il presentatore James May, ad ogni modo, organizzò una prova con una telecamera nascosta, prendendo una vettura di dimostrazione per i clienti da una concessionaria. Tra risate e battute velenose, alla fine del test May dichiarò che la CityRover era la peggior vetture che avesse mai provato. A completare questo quadro disastroso ci pensò l’arrivo della nuova Fiat Panda, una citycar talmente buona da vincere il premio Auto dell’Anno 2004.

Mg Rover pensava ottimisticamente di vendere almeno 40.000 CityRover. Alla fine, dopo appena due anni, soltanto 8.600 saranno consegnate ai clienti, delle quali circa 5.000 sono ancora in circolazione ed il cui valore di mercato oggi parte da meno di 500 sterline. La robustezza della Indica ha sicuramente contribuito alla loro durata nel tempo, ma anche il fatto che molte siano state acquistate da pensionati, ex-proprietari di Metro.

Il caos della CityRover portò ad un triste finale sia per la stessa minicar, sia per l’azienda che nel 1959 aveva regalato la mondo la MINI e che da lì a poco tempo sarebbe fallita, nonostante la sua eredità storia. Un finale di partita che fa ancora più tristezza perché principalmente imputabile alla incapacità e l’insipienza degli uomini che avrebbero dovuta rilanciarla.

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