Written by Walter Marcelli on .

Quando le auto correvano sul legno

La storia dei circuiti in legno, che negli Stati Uniti erano chiamati anche Board Tracks, è uno dei capitoli più affascinanti e pericolosi del motorsport. Nati originariamente, all'inizio del secolo scorso per le gare di ciclismo, erano in sostanza dei velodromi che vennero presto riadattati ed ampliati per ospitare le gare di motociclismo e quelle delle prime auto da corsa tra il 1910 e il 1930.

I circuiti erano grandi strutture sopraelevate sorrette da impalcature. La pista era composta da centinaia di migliaia di tavole di legno, solitamente di pino o abete rosso, disposte di taglio e tenute insieme da tonnellate di chiodi.
Per far sì che le auto non rallentassero in curva, i circuiti avevano delle paraboliche inclinate con angoli pazzeschi, che andavano dai 25 fino ai 60 gradi. A titolo di confronto, le curve di Indianapolis sono inclinate di soli 9 gradi.
Il motivo principale della loro diffusione era principalmente economico. Costruire un grande ovale in legno costava molto meno rispetto ad uno pavimentato in mattoni o cemento: circa 100.000 dollari contro gli oltre 700.000 dell'epoca. Inoltre, potevano essere completati in pochissime settimane.
Su queste piste, la trazione offerta dal legno unita alla spinta della forza centrifuga sulle curve paraboliche permetteva di raggiungere velocità impensabili per le strade del tempo. Si potevano, infatti, superare agevolmente i 160 km/h e arrivare a punte di 225.
Ovviamente, come per tutte la manifestazioni dell'epoca in cui erano protagonisti i motori e la velocità, la sicurezza era inesistente. Le automobili dell'epoca non avevano cinture di sicurezza, nè tantomeno sistemi anti-incendio o roll-bar. Le moto erano spesso prive di freni e frizione. Durante le gare, con il passare dei giri, i motori perdevano ingenti quantità d'olio che rendevano il legno viscido come una lastra di ghiaccio. Le ruote, alle alte velocità, staccavano continuamente enormi schegge e pezzi di legno dalla pista che, come proiettili, colpivano piloti e meccanici di bordo, protetti solo da occhialini e cuffie in pelle. Gli incidenti erano frequenti e quasi sempre disastrosi, mietendo vittime sia tra i piloti che tra gli spettatori ammassati sulle tribune superiori. Per questa ragione, i circuiti più corti ed inclinati vennero soprannominati Murderdromes (i circuiti della morte).
Il pilota e meccanico di bordo Eddie Miller così descrisse come si correva sulle piste di legno e in particolare a Tacoma: "Spesso venivi colpito da pezzi di legno e schegge. Ti arrivavano addosso pezzi di legno più grandi di fiammiferi da cucina, che ti si conficcavano in faccia o altre parti del corpo scoperte. Entravano, colpivano l'osso e poi si spargevano. Poi, ovviamente, bisognava rimuoverli. A Tacoma, in particolare, era peggio. C'erano le schegge ed i nodi e tutto il resto, ma per risparmiare sul legname avevano distanziato i travetti e li avevano sigillati con una miscela di catrame e pietrisco. Quando la pista iniziava a deteriorarsi, era come correre tra una pioggia di meteoriti".
Nonostante il successo di pubblico, la stagione dei circuiti di legno iniziò rapidamente la sua parabola discendente a causa di due fattori principali. Da una parte, i costi di manutenzione. Il legno non era trattato per resistere alle intemperie. Sotto il sole e la pioggia, le tavole marcivano e si imbarcavano rapidamente. La vita media di una pista in legno non superava i tre o quattro anni; richiedevano continui interventi di falegnameria anche durante lo svolgimento delle gare.
Dall'altra, a causa della grave crisi economica del 1929, i gestori non poterono più permettersi i costi di riparazione ed il pubblico non aveva più denaro per i biglietti.
All'inizio degli anni Trenta, quasi tutti i circuiti in legno erano già stati abbandonati, demoliti o lasciati marcire. Nonostante la loro breve durata, hanno lasciato un'eredità indelebile, gettando le basi tecnologiche per la nascita dei moderni ovali ad alta velocità della NASCAR e della IndyCar.

Nella foto, Frank Lockhart sul circuito in legno di Culver City in California, dove nel marzo 1927 stabilì un record mondiale di velocità raggiungendo le 144 mph (circa 231 km/h).